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CES Conferenza di metà mandato Intervento Carmelo Barbagallo – 29 maggio 2017

Vorrei ringraziare la Commissaria europea Thyssen, il Ministro Poletti, il Presidente Damiano ed il Prof. Moavero per aver aperto la Conferenza della CES con i loro contributi.

Luca ha messo sul tavolo i temi e le sfide che dobbiamo affrontare e sui quali ci dovremo confrontare anche tra organizzazioni sindacali per condividere una linea comune, che non può che essere di attacco e di proposta, perché l’immobilismo non paga.

Pochi giorni fa, l’ennesima strage terroristica ha stroncato la vita anche di bambini ed adolescenti.

All’odioso attentato di Manchester, dobbiamo dare una risposta comune, da parte di tutti gli europei. Non è sufficiente condannare atti efferati come questi, occorre capire e reagire, uniti.

Vorrei anche ricordare l’ennesima tragedia dei migranti nel mare della Sicilia avvenuta la scorsa settimana, con decine di morti, molti bambini. 1500 morti raccolti in mare dall’inizio dell’anno. Anche questa una tragedia europea: al di là di dove avvengono i naufragi, è necessaria una politica ed un’azione europea coordinata.

Cosi come l’attentato al bus di cristiani in Egitto, alle porte dell’Europa. Non può lasciarci indifferenti.

Di fronte a queste stragi, voglio sottolineare che una politica europea sulla sicurezza, che oggi è senza dubbio una priorità condivisa dai Governi, uniti in questa battaglia, deve basarsi su una nuova politica euro-mediterranea. Una politica che non sia di contrasto alla migrazione e di chiusura dei nostri confini, perché una politica così non ha futuro. Serve, invece, una politica di sviluppo, di co-sviluppo delle due aree, che si fondi su valori, diritti, ma anche su opportunità di crescita comune. Una politica di alleanze, di dialogo e di cooperazione.

L’esito del Vertice G7 di Taormina è stato deludente ed il suo fallimento palese. La nuova Amministrazione americana ha frenato su molti temi sul tavolo negoziale.

Nessun accordo su temi centrali quali le migrazioni e l’ambiente, la messa in discussione della necessità di accordi commerciali multilaterali, la minaccia del ritorno al protezionismo e al bilateralismo nelle nostre relazioni transatlantiche.

L’Europa, però, ha bisogno di reagire unita e coesa.

Senza dubbio il cammino verso l’Unione Europea e la stabilità delle Istituzioni hanno garantito in questi decenni la pace tra i paesi europei, la democrazia, il rispetto dei valori fondanti dell’Unione, a partire dai diritti umani, dalla solidarietà, dal valore della diversità e del dialogo.

Ma oggi il contesto nel quale far avanzare una rinnovata politica europea è mutato. Siamo di fronte a disparità crescenti tra paesi, ad una distribuzione della ricchezza iniqua, ad un aumento della povertà assoluta ed anche della povertà di chi lavora, perché i salari sono bassi e discontinui, ad una disoccupazione che investe soprattutto i giovani e a sistemi di welfare che non riescono a garantire tutele sociali adeguate ed accessibili a tutti.

Ma tra i disillusi dell’Europa ci siamo anche noi che abbiamo partecipato alla costruzione del progetto europeo, perché quel progetto originario di graduale integrazione è sempre più indebolito da politiche sbagliate.

Il malcontento dei cittadini e la mancanza di fiducia nelle Istituzioni europee sono diffusi perché le politiche economiche di austerità e di rigore finanziario, attuate per rispondere alla crisi, hanno avuto un impatto devastante sul tessuto sociale dei nostri paesi.

Si è andato affermando un modello di sviluppo economico fatto di precarietà del lavoro, di minime tutele sociali, di una concorrenza al ribasso tra gli stessi paesi europei. Ci si avvita così in una spirale perversa: per essere competitivi nel mondo occorre ridurre salari e condizioni di lavoro. Il dumping sociale ed ambientale è diventato un elemento di competizione. Tutto ciò lo abbiamo pagato in termini di diritti, di coesione, economica e sociale, di qualità del lavoro, di sicurezza sociale ed oggi anche di tenuta politica dei nostri paesi.

La deriva verso nuovi populismi, la xenofobia, il nazionalismo estremo e pericolose spinte protezioniste rappresentano una sorta di difesa contro questa Europa che non è in grado di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei propri cittadini, che non è in grado di difenderci dagli attacchi esterni, che non è in grado proteggere i nostri prodotti e la qualità della produzione in senso anche ambientale rispetto alla competizione globale.

Ma la risposta è più Europa, non meno Europa. La risposta è una maggiore integrazione non solo economica, ma anche sociale e politica.

Il dibattito aperto dal Libro Bianco del Presidente Juncker sul futuro dell’Europa ci darà la possibilità di confrontare visioni diverse. Il sindacato italiano ha sempre guardato con attenzione e partecipazione ad un processo federale dell’Unione e continueremo a farlo. Ma oggi sappiamo che dobbiamo lavorare per tappe, che dobbiamo trovare soluzioni comuni a problemi comuni. Abbiamo una certezza: singoli paesi da soli non potranno mai affrontare le sfide che abbiamo di fronte.

Non si negoziano diritti e valori, non c’è compromesso possibile sui valori fondanti della nostra Unione. Ma l’identità europea, dalla quale deriva una nuova concezione di cittadinanza, è un mosaico di culture, che non può essere disperso, un mosaico che evolve perché le nostre società evolvono, diventano più aperte e non più chiuse.

Noi siamo convinti che la dimensione economica e quella sociale siano interconnesse, che il futuro dell’Europa passa per una maggiore convergenza economica e sociale, per una equilibrata distribuzione della ricchezza, per una agenda anche politica che persegua gli stessi obiettivi.

Abbiamo bisogno di una nuova agenda economica, che metta al centro gli investimenti pubblici finalizzati alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità; che avvii la riforma del Patto di Stabilità e crescita, che delinei una politica industriale europea, che superi i confini e le pratiche nazionali; una strategia sul cambiamento climatico che venga percepita come opportunità per un nuovo modello produttivo basato sulla qualità, sulla innovazione, sulla ricerca.

Abbiamo bisogno di un nuovo modello sociale, che si basi sulla reale, efficace e diffusa implementazione del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali promosso dalla Commissione. Non ci basta l’elencazione dei nuovi Principi, noi chiediamo interventi normativi della Commissione per implementare il Pilastro in tutta l’Unione. Solo una convergenza verso l’alto dei nostri standards sociali ci assicura una competitività equa ed una crescita coesa tra paesi europei.

Le società dove ci sono meno squilibri sociali sono quelle più resilienti agli shock economici; è un dato economico, non etico!
La dimensione sociale deve entrare nel sistema di governance della Unione Europea.

Noi conosciamo bene le nuove sfide del lavoro che cambia, il lavoro del futuro, l’impatto della digitalizzazione, dell’industria 4.0, l’impatto sui modelli contrattuali, sul ruolo delle parti sociali, sulle nuove e vecchie tutele da garantire ed estendere. Ma non si può pensare che queste grandi trasformazioni avvengano senza il coinvolgimento attivo del sindacato. Noi siamo pronti a svolgere un ruolo di proposta e di analisi, ma i governi e le Istituzioni europee devono essere pronti ad istituire canali strutturati di dialogo e confronto, senza minare il dialogo sociale e la contrattazione collettiva a tutti i livelli.

Abbiamo anche bisogno di una agenda politica di tutta la UE, non solo sulla sicurezza o la politica migratoria, ma di fronte alle situazioni di crisi nel mondo non possiamo competere sulla politica estera: dobbiamo avere un’unica, autorevole voce e avere la capacità di incidere.

Infine, serve un nuovo metodo decisionale nella Unione Europea, più democratico, più inclusivo, che parta dalle comunità locali e dai governi regionali, spesso più esposti alle distorsioni di un mercato iniquo, e che coinvolga più direttamente i parlamenti nazionali.

Questi giorni di dibattito a Roma devono servire a noi sindacati per essere più determinati, condividere gli obiettivi e le politiche ed essere in grado di influire a livello nazionale ed europeo. Abbiamo una grande responsabilità verso i lavoratori che rappresentiamo.

Buon lavoro a tutti noi.