Lavoro smart, divario territoriale in Lombardia
IL DIVARIO SUPERA I 20 PUNTI PERCENTUALI, UN MERCATO DEL LAVORO A DUE VELOCITÀ
Monteduro e Di Prisco (UIL Lombardia): «Il lavoro agile non diventi un privilegio per pochi. Innovazione, diritti e contrattazione devono procedere insieme»
Nel 2024 quasi 891 mila occupati lombardi hanno svolto la propria attività da casa per almeno una parte del tempo. La quota regionale raggiunge il 19,1%, staccando di quasi cinque punti la media nazionale, che si attesta al 14,3%. È quanto emerge dall’ultimo rapporto sul lavoro agile curato da UIL Lombardia attraverso l’elaborazione dei dati ISTAT del Censimento permanente della popolazione.
Dietro questi numeri significativi si nasconde però una Lombardia profondamente divisa e caratterizzata da forti disparità tra le diverse province.
La mappa del divario: le differenze tra i territori
L’analisi territoriale evidenzia una forte polarizzazione dell’utilizzo del lavoro da remoto, incentrato prevalentemente sull’area milanese e via via più debole allontanandosi dal capoluogo:
- Comune di Milano: detiene il primato assoluto con il 39% dei lavoratori in smart working.
- Città metropolitana di Milano: registra una quota pari al 29,5% degli occupati.
- Monza e Brianza: si attesta a un solido 21,8%.
- Brescia: scende nettamente al 10,2%.
- Mantova: si ferma all’8,9%.
- Sondrio: registra la quota più bassa con appena l’8,1%.
Oltre al fattore geografico, si registra una netta divisione anche a livello professionale e settoriale. Lo smart working si concentra principalmente nelle mansioni impiegatizie, nei servizi avanzati, nella finanza, nell’informazione, nelle attività professionali e tra le persone con un livello di istruzione più elevato. Al contrario, rimane scarsamente accessibile per chi lavora nei settori della produzione, della logistica, del commercio, della ristorazione, della sanità e dei servizi alla persona.
«I dati confermano che il lavoro agile è ormai una componente strutturale del mercato del lavoro lombardo – sottolineano i segretari confederali Uil Lombardia Salvatore Monteduro ed Eleonora Di Prisco – ma mostrano anche profonde differenze tra territori, settori e professioni. Lo smart working non può essere considerato un semplice beneficio individuale, né può essere lasciato alle decisioni unilaterali delle imprese. Deve essere regolato dalla contrattazione collettiva nazionale, territoriale e aziendale, garantendo volontarietà, reversibilità, parità di trattamento, diritto alla disconnessione, tutela della salute, protezione dei dati, informazione e formazione».
«Le aziende – concludono Monteduro e Di Prisco – non devono trasferire sulle lavoratrici e sui lavoratori i costi delle postazioni, delle connessioni e dell’energia, né utilizzare il lavoro da remoto per allungare informalmente gli orari o intensificare i carichi. Allo stesso tempo, la flessibilità non può riguardare soltanto chi svolge mansioni compatibili con il lavoro a distanza. Per chi deve essere presente nei luoghi di lavoro occorre contrattare altre forme di conciliazione: flessibilità degli orari, riduzione dei tempi di spostamento e migliori servizi di mobilità. La sfida per la Lombardia non è scegliere tra presenza e lavoro da remoto, ma costruire un’organizzazione del lavoro più moderna, partecipata e sostenibile, nella quale innovazione e diritti procedano insieme».
Fonte: elaborazioni UIL Lombardia su dati ISTAT 2023-2024.


