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Donne e lavoro: luci e ombre sull’occupazione femminile in Lombardia

Presentato a Milano a Palazzo Pirelli il rapporto sull’occupazione femminile e maschile in Lombardia riferito al biennio 2010/2011, a cura dell’ufficio della Consigliera di parità regionale. Per conto della UIL è intervenuta nel dibattito la Segretaria Teresa PALESE, che qui di seguito ci sintetizza i risultati della ricerca e dell’incontro.

QUI la sintesi del Rapporto.
Partendo dalla presentazione dei dati, l’incontro ha affrontato i diversi temi del lavoro delle donne nell’attuale panorama del mercato del lavoro lombardo.

Il rapporto è stato realizzato intervistando le imprese con più di 100 dipendenti: in totale 3.317 in tutta la Lombardia.

  • Nel 36% delle imprese le donne denunciano disparità di trattamento sul lavoro ovvero subiscono la cosiddetta “ostilità di genere”, cioè la difficoltà a vedersi assegnati gli incarichi più importanti nonostante le capacità e le competenze;
  • Il 18% delle aziende è caratterizzato dalla “segregazione di genere” ovvero la donna non riesce a far carriera per il solo motivo di essere donna. Solo una su cento (1,4%) riesce a diventare dirigente, mentre il 60,8 % rimane impiegata;
  • Se nelle aziende con più di mille dipendenti la quota di donne e uomini è quasi la stessa (46% donne, 54% uomini), in quelle con meno di 250 unità, le donne sono il 38% dei dipendenti e le discriminazioni sono risultate più facili proprio nelle aziende più piccole;
  • Le donne risultano essere numericamente più precarie dei colleghi: solo il 38% ha un contratto a tempo indeterminato. Tra le cause anche il timore che assumendo stabilmente una donna questa rimanga incinta e quindi sostituita. Ma sulla maternità c’è da fare un discorso a parte commentando i dati relativi al 2012 sulle dimissioni dal lavoro da parte delle donne.

Nel corso del dibattito, che è seguito alla presentazione dei dati, sono emerse alcune considerazioni di rilievo:

  1. La ricerca non prende in considerazione il livello di istruzione delle donne occupate, la nazionalità, l’anzianità lavorativa, la condizione familiare (ha o non ha figli?, tipologia di contratto: tutte variabili necessarie a comprendere meglio il quadro che appare più centrato sulle imprese che sulle donne.
  2. Dato senza dubbio positivo è quello relativo al tasso di occupazione femminile nella nostra regione: 56% rispetto al 46% del dato nazionale, anche se nel 2008 eravamo al 60%.

Il dibattito ha affrontato anche gli effetti della crisi sull’occupazione maschile e femminile. Si è detto anche che, rispetto alle gravi crisi del ‘900, quella che stiamo vivendo avrà effetti diversi in quanto non riuscirà a buttare fuori le donne dal mercato del lavoro poiché queste sono più istruite di prima. Inoltre si può intuire che gli effetti negativi di questa crisi si vedranno a lungo periodo quando i servizi saranno sempre più ridotti e quindi ci sarà meno bisogno delle donne.

Nelle conclusioni, Carolina Pellegrini, consigliera di parità, ha assunto l’impegno a mettere in atto tutte le politiche di genere della regione Lombardia al fine di rimuovere le cause che portano alle discriminazioni di genere, promuovere i talenti femminili, rilanciare le politiche di conciliazione vita/lavoro anche attraverso i contratti  di secondo livello che finora non sono stati tradotti in interventi operativi.

Disponibile anche l’ultimo rapporto regionale sulle dimissioni delle lavoratrici/lavoratori dopo il primo anno di vita del bambino a cura del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali relativo all’anno 2012 dal quale si evince ancora una grande difficoltà ad essere genitore e lavoratore nella nostra regione:

  • Le dimissioni anche nel 2012 confermano un trend considerevole: 4.980 unità di cui 4.925 donne e 55 uomini.
  • Le cause sono sempre le stesse: incompatibilità tra occupazione lavorativa e assistenza al neonato per mancato accoglimento al nido, assenza parenti di supporto, elevato costo di assistenza al neonato quali nido o baby sitter, mancata concessione del part-time.

Anche in considerazione di questi dati allarmanti e del tasso di natività che da 30 anni nel nostro paese è fermo al 1,1%, la nostra azione sindacale dovrà continuare a sollecitare politiche dei servizi, politiche dei tempi e delle città, politiche fiscali che incentivino la permanenza delle donne al lavoro, flessibilità concordate, e in generale tutte quelle politiche virtuose che non inducano la donna a dover scegliere tra il lavoro e l’essere madre.